Manifestazione "Se non ora, quando": la parola alle donne - a cura di Silvia Nocerino
E’ una domenica come tante e Via del Corso, la strada principale che collega Piazza di Spagna a Piazza del Popolo, è colma di gente: pochi i romani, moltissimi i turisti che passeggiano e osservano le vetrine dei negozi per il tradizionale shopping domenicale.
Nel percorrere la strada vengono alla mente le immagini della manifestazione che ha riunito, lo scorso 13 febbraio, migliaia di donne contro la mercificazione del corpo femminile e lo svilimento del ruolo della donna nel nostro paese: l’appuntamento era previsto intorno alle 14 sulla terrazza che, dal colle Pincio, offre una splendido panorama su Piazza del Popolo; eppure in tante hanno scelto di imboccare Via del Corso, la strada che fino al 1800 fu sede privilegiata per le corse del Carnevale e i cui involontari protagonisti erano spesso gli ebrei, costretti a correre tra gli scherni, le risa, e l’ingiuria della folla: per uno strano scherzo del destino, sulla stessa pietra, le donne hanno riscattato l’umiliazione subìta e restituito a se stesse la propria dignità.
Un fiume di giovani, anziane, studentesse, impiegate, mamme, in jeans come in minigonna, con i capelli lunghi o raccolti, truccate o acqua e sapone, mosse da un unico vento, ispirate dalla stessa forza e con lo sguardo rivolto con fierezza verso lo stesso punto: la piazza. Più vicina era la meta, maggiore era il desiderio di evocare il proprio grido, far ascoltare la propria voce; ed eccola la piazza, ampia, circolare, accogliente come una donna gravida. Volti che, fino a quel momento, non si erano mai visti, si sorridono, si salutano, si stringono la mano. Tante le domande a cui si ha l’urgenza di dare una risposta: dove e quando si è sbagliato, cosa ha fatto sì che l’Italia dimenticasse, nuovamente, la figura della donna, e, la donna stessa, il proprio ruolo nella società. Secoli c’erano voluti prima che la donna riuscisse a scrollarsi di dosso il peso di una figura relegata al focolare, alle mura domestiche, al ruolo di madre e moglie accondiscendente, eppure sono bastati vent’anni per cancellare le rivendicazioni femminili degli anni del dopoguerra: lotte per ottenere il diritto al lavoro e allo studio, la parità di salario, la tutela delle lavoratrici madri, il divieto di licenziamento per matrimonio, i servizi sociali. Vent’anni per sostituire, a queste immagini, un modello culturale che riporta la donna ai tempi delle cortigiane al servizio del re, le cui forme, la cui bellezza dovevano servire unicamente come strumento per l’appagamento del piacere maschile e a cui oggi, come elemento di novità, si aggiunge, quale ricompensa finale, l’accesso ad un posto privilegiato, un ruolo da protagonista in uno show televisivo, o, peggio ancora, un seggio in Parlamento. Questi gli argomenti, questi i commenti liberati nell’aria di quella domenica pomeriggio, dove nulla aveva un colore politico, un simbolo, una bandiera ma tutto si vestiva di un unico valore: il rispetto della dignità.
Poi, d’improvviso, quel minuto di silenzio, più assordante di tutte le voci che fino a quel momento si erano intrecciate fra loro. Un silenzio raggelante, onnipotente, come se l’intero Universo si fosse fermato in un unico istante, rotto improvvisamente dalla domanda: “Se non ora, quando?” a cui la folla, all’unisono ha urlato: “Adesso!”. E dunque la festa, la gioia, la musica e un passaparola di voci che davano la notizia che si era in tante a manifestare, che un milione di donne aveva preso parte alla protesta, in più di 230 piazze italiane e una quarantina di città nel mondo, e poi l’intervento di figure femminili di spicco del mondo dell’arte, della cultura come della politica e delle istituzioni: Isabella Aragonese, Angela Finocchiaro, Giulia Buongiorno, Susanna Camusso e tante altre che si sono avvicendate sul palco, allestito all’occorrenza, e hanno fatto sentire forte l’urgenza di ripartire dal punto in cui la trama si era disfatta, di abbattere il modello di donna che si è imposto in questi anni, ostentato dalla massima carica del nostro governo, e al contempo, di creare una class action al femminile, la creazione di Stati Generali di donne in grado di portare i nostri rappresentanti politici ad intervenire velocemente con programmi reali che possano garantire alla donna italiana un posto di lavoro, guadagnato con i sacrifici e i meriti, la serenità di svolgere il proprio ruolo di madre col sostegno di concrete riforme sociali. Riforme da tempo attuate in molti paesi europei.
Il giorno seguente al 13 febbraio la vita riprende come sempre. Della manifestazione se ne sente parlare, si leggono commenti e articoli sulle principali testate quotidiane e su molti siti web. E, dalle tante frasi, vengono fuori anche parole come strumentalizzazione, politicizzazione, tentativi da parte di gruppi di potere, capeggiati da giudici e magistrati, di fomentare le menti di povere donne represse e bigotte, dove a regnare sono moralismi e giustizialismi. Non può che prevalere una riflessione: la speranza che nulla debba tornare ad essere come prima si accompagna alla triste consapevolezza che la strada da percorrere è ancora lunga e tortuosa.
By Silvia Nocerino
domenica 20 febbraio 2011 – 21,06
